sabato 9 AGOSTO 2014

CORRIERE DELLA SERA 

 

Musica di qualità con Peppe Barra e un duo di virtuosi

di PAOLO ISOTTA

 

 

La tiburtina Villa d'Este fu dimora di Franz Liszt che vi scrisse quei celeberrimi Jeux d'eau à la Villa d'Este donde rampolla si può dire, lo stesso Impressionismo musicale. è sede adesso d'un festival musicale intitolato Jeux d'Art a Villa d'Este diretto dal grande pianista Francesco Nicolosi, catanese di nascita ma napoletano da oltre quarant'anni. Nel corso delle belle manifestazioni se n'è avuta una di particolare rilievo: insieme con un altro sommo pianista, Francesco Libetta, Nicolosi ha eseguito II carnevale degli animali di Camille Saint-Saëns.

 

Quest'opera vuol essere una successione di «numeri» or burleschi or incantati ciascuno dedicato a una specie: dalle creature marine al leone, all'elefante, a vari uccelli, alle tartarughe (il Can-can di Offenbach eseguito a sesquipedale lentezza) agli animali dalle lunghe orecchie, gli asini. I pianoforti sono impiegati con delicatissimi accompagnamenti, con figuralismi, con audacissimi virtuosismi. Una delle razze descritte è quella dei pianisti: si succedono noiosi esercizî fatti di scale e «doppie terze». È tradizione, basata su d'un'indicazione editoriale, che essi esercizî vadano eseguiti con l'insicurezza d'un principiante; Nicolosi, ch'è un attento studioso, ha spiegato al plaudente pubblico esser tale indicazione apocrifa. Egli e Libetta hanno eseguito le scale, a ogni grado tonale raggiunto, progressivamente a maggior velocità: fino a quella mozzafiato ultima. È nato un duo pianistico che spazzerà il ricordo di quelli fin qui conosciuti; e posso annunciare che tale duo, nel corso del 2015, cadendo i dieci anni dalla morte di Franco Mannino, ne riproporrà il meraviglioso Concerto per due pianoforti e orchestra.

 

Nella prima parte, Peppe Barra ha fatto da solista nel sempre piacevole monologo di Prokofiev Pierino e il lupo: e ancora una volta, con la sua arte eccelsa, ha mostrato l'affinità esistente fra l'umorismo russo e quello napoletano. In ambo le opere l'orchestra, denominata Discantus, era diretta dal bravissimo Francesco Vizioli, napoletano anch'egli. La mattina successiva c'è stata una delle esperienze fondamentali della mia vita: la mia prima visita nella villa di Adriano a Tivoli, l'immenso complesso dallo studio del quale tutta l'architettura dal Rinascimento in poi scaturisce. La stessa campagna descritta da Goethe circondava nel calore meridiano punteggiato dal canto delle cicale: e l'immagine di una grandezza ormai irraggiungibile campeggiava. Libetta vive a Nardò, presso Lecce: ma mi ha fatto da guida negli spazi winckelmanniani come se della Villa Adriana fosse un abitatore.

 

 

 

 

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CORRIERE DELLA SERA - 7 OTTOBRE 2013

 

PARAFRASI PIANISTICHE DEL MAESTRO NICOLOSI

di Paolo Isotta

 

Il pianoforte può essere un mezzo per onorare compositori non pianistici. Abbiamo detto di come il grande pianista Francesco Libetta abbia onorato al Festival di Martina Franca Carlo Gesualdo nella ricorrenza quadricentenaria; il non meno grande pianista Francesco Nicolosi venera attraverso Thalberg e Liszt e il pianoforte Wagner e Verdi nella ricorrenza bicentenaria.

Nell'Ottocento una forma di musica pratica era la cosiddetta Parafrasi pianistica da opere che pianistiche non sono. Ma questa prassi venne portata a dignità di forma d'arte, a volta a volta alta o altissima, da Sigismondo Thalberg e Franz Liszt. Il primo fu uno dei più grandi pianisti mai vissuti e grande anche come compositore. Nacque a Ginevra nel 1812: si vuole fosse figlio naturale del conte Dietrichstein ma voce ricorrente è che fosse un bastardo dei Wittelsbach. Riempì della sua arte l'Europa e il mondo; poi si ritirò a Napoli nella meravigliosa villa tuttora esistente al cosiddetto "Calascione", vicolo della zona di Monte di Dio donde si ha la più bella veduta possibile del Golfo, su Posillipo e senza Vesuvio. A Posillipo egli possedeva altra villa meravigliosa ereditata dal grande basso Lablache del quale era genero. Essa è ancora proprietà di suoi discendenti, i Pignatelli di Strongoli. Attraverso il suo allievo Beniamino Cesi, Thalberg fu il capostipite della scuola pianistica napoletana: donde il grande Maestro Vincenzo Vitale, che formò Nicolosi, oltre che numerosissimi altri fra i quali Riccardo Muti, e buon ultimo chi scrive. Di Thalberg Nicolosi è un illustre cultore, avendo inciso numerose sue composizioni negli anni e avendolo a protagonista di suoi concerti.

Le Parafrasi di Thalberg, delle quali le più importanti sono quelle da Rossini, si caratterizzano per uno scrupoloso rispetto dell'originale: in altre parole, solo obiter, incidentalmente, sono opera d'arte creativa. Lo sono per il loro miracoloso adattamento all'idioma pianistico della melodia vocale e della partitura orchestrale. Il concerto del Maestro Nicolosi del quale ci occupiamo mette in programma il Souvenir de Un Ballo in maschera.

Liszt si applicò a numerosissimi compositori siccome il suo interesse e la sua generosità a far conoscere la musica altrui e anche la modernissima sono immensi: arrivò sino ai russi. Ma la sua arte in questo tipo compositivo si differenzia assai da quella di Thalberg investendo essa la medesima creazione di musica nuova. In altre parole egli approfitta dell'altrui musica per comporne di propria addita a quella. Sono Variazioni come anche riesposizioni dei temi originari con armonie mutate. Un caso di genio nato da un'apparente stravaganza è quello della Parafrasi dal Rigoletto; quello di un fallimento perché ellenici e immutabili sono i temi e le armonie è il caso della Norma di Bellini.

Della sua arte della Parafrasi occupa un luogo particolare quella dedicata a Wagner. Qui l'Ungherese sembra assolvere un dovere religioso, tanto dedicato all'umile servizio verso il più grande dei compositori appare il suo genio di compositore. E v'è in questo un apparente paradosso: là ove Liszt più serve ivi più ineseguibile appare. Perché la trascrizione di pagine di somma difficoltà in se stessa, come l'Ouverture del Tannhäuser o della Morte di Isolda dal Tristano diviene supremamente ardua.

Il Maestro Vitale è stato per tutta la vita un lisztiano intemerato, rivendicando non solo l'opera di Franz ai fini della nascita definitiva dell'idioma e della tecnica pianistici ma anche la grandezza di compositore la quale fino a qualche decennio fa non era riconosciuta come oggi. Su questo punto occorrerà poi leggere il bellissimo libro di Michele Campanella che della Morte di Isolda è uno dei più grandi interpreti.

Nicolosi è un sommo virtuoso: condivide con Libetta un virtuosismo esercitato con sprezzatura e libertà onde lo spirito lieto e apparentemente incurante col quale si esercita nelle somme difficoltà. È anche un profondissimo musicista e un uomo di cultura. Parliamo del suo concerto avutosi alla Villa d'Este di Tivoli, presso la quale egli organizza una stagione concertistica. In esso egli vuole ricordare anche Gabriele d'Annunzio nel centocinquantenario. Così Mariano Rigillo legge alcune pagine musicali del sommo Ariel musicus fra cui l'Ode in morte di Verdi ch'è una delle più grandi cose di tutta la storia della poesia. In programma la Parafrasi dall'Aida e quelle dall'Oro del Reno, dal Parsifal e, appunto, dal Tristano.

Presso la Villa d'Este, prossima a quella di Adriano, Liszt soggiornò; e ci ha lasciato una stupefacente opera, i Giuochi d'acqua a Villa d'Este, che in altre occasioni le dita infallibili di Nicolosi ci hanno regalata.

 

 

 

 

martedi , 10 aprile 2001

 

Bellini, la rivincita di un genio attraverso il pianoforte

 

Per i 200 anni dalla nascita, un omaggio di Francesco Nicolosi al Cigno di Catania. Nonostante le manchevolezze tecniche, Liszt e Chopin lo ammiravano, ma Wagner addirittura lo adorava

 

 

Morto a trentaquattro anni in circostanze misteriose, l' autore della «Norma» è stato schiacciato dalla grande popolarità di Verdi Bellini, la rivincita di un genio attraverso il pianoforte Per i 200 anni dalla nascita, un omaggio di Francesco Nicolosi al Cigno di Catania

 

E' solo ripetersi osservare quanto eccessivo squilibrio vi sia, nell' anno del duplice centenario, fra le celebrazioni verdiane e quelle belliniane. Bellini (1801-1834) si spense a trentaquattro anni in circostanze subitanee e misteriose; come Schubert, alla morte non era pronto. Del pari s' è detto almeno per Purcell, Pergolesi, Mozart, Schubert e Mendelssohn: anche per Bellini vale che senza la sua morte accidentale il corso della storia musicale sarebbe stato altro.

 

Le manchevolezze tecniche della partitura orchestrale belliniana non dimidiarono agli occhi dei più sofisticati il valore inventivo del Cigno. Si può dire che Liszt ammirò troppi compositori perché il suo giudizio venga considerato inappellabile. Ma Chopin era il più schifiltoso intenditore che mai fosse; Wagner adorava Bellini e lo mostrò con la penna e con la bacchetta; persino Verdi, pur affetto da odium humani generis, diede forse su Bellini il riconoscimento più limpido e generoso.

 

Omaggi a Bellini giungenti attraverso l' indiretta via del pianoforte finiranno talora coll' essere più significativi di allestimenti operistici. Michele Campanella ha tenuto a Santa Cecilia un concerto, strepitosamente accolto, fatto di «Parafrasi» pianistiche lisztiane di opere di Bellini e Verdi; il grande artista avrà solo piacere se mi dedicherò, per un' iniziativa analoga, a un suo collega al quale si deve uno dei più bei concerti da me ascoltati negli ultimi anni. Il protagonista di quest' articolo si chiama Francesco Nicolosi. È nato, come il Cigno, a Catania, e come lui s' è formato alla scuola napoletana, nelle mani di un genio quale Vincenzo Vitale, maestro anche di Campanella, di Muti, di Carlo Bruno e altri grandi e piccoli astri del mondo musicale.

 

Gli artisti d' un certo successo si stabiliscono a Milano, i più scapricciati a Roma. Nicolosi, invece, s' è fatto napoletano, essendo la mia città un borgesiano giardino dei destini incrociati. Da una parte il destino Vitale, che significa un Maestro con Liszt incorporato; dall' altra Sigismondo Thalberg, l' altra metà dell' ascendenza di Vitale stesso, che nel secolo di Liszt fu, ancor più di Chopin, di Liszt il titolato rivale. Questo nome ai suoi tempi, e in quanto virtuoso e in quanto compositore, era quello di un divo popolare quanto oggi un cantante rock. Era tuttavia in Thalberg una vena ipocondriaca la quale conduce spesso chi ne è vittima a dissimularla sotto l' aspetto del bon vivant. Chopin morì senza esser costretto a scegliere un atteggiamento; Liszt trascorse di rado, nella propria vita, due giorni nello stesso luogo.

Ci si illude così di fuggire da noi stessi. Thalberg non verrà dalla storia ricordato artista grande quanto Liszt; forse, di lui più clairvoyant. Le circostanze della sua vita non sono meno romanzesche di quelle del rivale. Nacque a Ginevra nel 1812, bastardo del conte Moritz von Dietrichstein e di una baronessa Wetzlar, due cognomi strettamente legati, sol che si sforzi la memoria, a Mozart e Beethoven. La natura aristocratica dovette provocargli l' avversione alla vita del virtuoso girovago; dopo successi planetarî scelse, per non lasciarla più, la più bella città del mondo. S' imparentò con la più alta aristocrazia, esistendone ancora i discendenti.

Si costruì due ville meravigliose, l' una a Posillipo, l' altra in un sito del Monte di Dio (l' antica acropoli greca) donde s' appostavano i pittori per la più tipica prospettiva dei guazzi, quella ch' esclude il Vesuvio, mostra l' infilata della Villa Reale e della Riviera di Chiaia, s' apre sull' intera collina di Posillipo. Di là dai suoi meriti di compositore e sommo pianista, Thalberg ne ha dunque di specifici verso l' Italia. Dalla sua scuola discende un genio come Martucci, il più grande compositore strumentale italiano dell' 800, considerato in Germania il Brahms italiano.

Da lui viene anche il fatto che la scuola napoletana non abbia sentito come invalicabile la scissione tra il linguaggio melodrammatico e quello della cosiddetta Musica Assoluta: scelta per altri lacerante. Tra le sue attività, e chiudiamo il cerchio,

 

Francesco Nicolosi s' è dedicato al culto scientifico e artistico di Thalberg e già ha inciso cospicua parte della sua opera. Ma torniamo agli anni Trenta e Quaranta dell' 800, che videro più stretto, socialmente e musicalmente, il nesso tra pianoforte e melodramma. Da un lato lo sviluppo costruttivo dello strumento tendeva vieppiù, favorendo una parallela tecnica neuro-muscolare del l' esecutore, verso le possibilità del legato e del cantabile: e si pensi solo a Chopin. Dall' altro, la musica di moda era quella delle novità teatrali. Ora, in un salon, un qualsiasi dilettante poteva ripetere, sullo strumento sintesi di tutti gli strumenti, le più recenti melodie. Il pianista di professione poteva esser richiesto d' improvvisare su di esse; ovvero di riprodurle nel loro contesto formale, più o meno fedelmente: le cosiddette Parafrasi; ovvero di scrivere pezzi che connettessero, con tecnica ove più ove meno drammaturgica, i momenti capitali d' un' Opera: la Fantasia. L' imperatore di questo genere compositivo fu ovviamente Liszt, insieme il più e il meno rigoroso di tutti i trascrittori. Ma non il solo, giacché il fenomeno in oggetto assume rilevanza sociale travalicante addirittura l' artistica. Sotto la nera cappa della morte di Bellini, svariate onoranze musicali scaturirono.

 

Il generosissimo Liszt s' incaricò di commettere a sé e altri cinque prestigiosi compositori (Thalberg, Pixis, Herz, Czerny, Chopin), un Hexaméron, ossia un collettivo tombeau fatto di Variazioni e altri brani sopra il duetto dei Puritani «Suoni la tromba». È una sorta di megaterio pianistico ove tutti gli stili e le tecniche sono fusi e giustapposti quasi con perversione, come per render tecnicamente ineseguibile il medaglione a un sol esecutore. Nicolosi lo porterà quest' anno in tournée dovunque, e il suo debutto al San Carlo di Napoli, una settimana fa, mostra il suo quasi sprezzante dominio di brani che, eseguiti a tempo e senza omissione di note, restano alla portata di pochissimi.

Questa prima parte di concerto è d' una importanza storica rivelatrice. La seconda pone faccia a faccia i due rivali, Liszt e Thalberg. Tutti conoscono del primo le Reminescenze dalla «Norma», capolavoro pianistico-idiomatico che dell' originale attua il flusso sinfonico colto di Wagner, pur se una mutata teleologia, cioè una mutata successione dei brani, che nell' originale è necessaria, provochi sconcerto.

 

Qui il pianoforte di Nicolosi diviene orchestra wagneriana e insieme, come dire, voce di Maria Callas. La Grande Fantasia su «La sonnambula» di Thalberg tende invece a mettere in rilievo, con abilissima connessione, le più patetiche, le più astrali melodie del Cigno, apponendo loro un accompagnamento magistrale realizzare il quale è già opera di poeta del pianoforte. Quando dalle dita di Nicolosi si sprigiona, con la stessa intensità di fiato di, osiamo, Giuditta Pasta, Ah non credea mirarti, si entra in estasi.

La nobilissima semplicità di Thalberg conquista; e conquistano dita e braccio d' un pianista capace di cantare, appunto, come il sommo soprano. La Storia ha percorsi tortuosi: la rivincita di Bellini passa per il pianoforte.

 

Paolo Isotta

 

 

 

 

 

Music Review: Domenico Scarlatti Complete Keyboard Sonatas, Vol. 9

Written by C. Michael Bailey
Published August 14, 2008

 

Naxos Records' newest addition to its ongoing survey of Domenico Scarlatti's complete piano sonatas is a carefully considered and intentionally paced affair. Rather than opening the recital with a gang-buster presto, pianist Francesco Nicolosi chooses Scarlatti's D minor sonata, K. 52, marked something considerable less than allegro. Nicolosi approached the piece as Daniel Barenboim did Bach's Goldbergs in 1991, slowly, thoughtfully, and romantically.

 

This minor key composition (K. 52) was found in the fourteenth of the Scarlatti's Venice albums of 1742. It was one of the master's earliest slow movements, already betraying a fully formed vision and sound. It is one of several minor key compositions populating this recording. All reveal Scarlatti as a master of pre-Romantic musical thought, an ability to tap into the dark chocolate soul of minor keys to pull out the rich decadent center, exposing it for the musical delight that it is.

 

Nicolosi proves equally adept at interpreting these difficult pieces as illustrated in his performances of The Sonata in D minor, K.77 and The Sonata in D minor, K.176. The pianist treats these pieces respectfully, never turning up the heat enough to melt them. Nicolosi justifies every nuance and pedal depression with a palpably integrated execution full of pathos and light.

 

The Sonatas in G major, K.79 and C major, K.170 both show spontaneity in Nicolosi's performances revealing the multidimensional character in his playing. Nicolosi, perhaps better any other contributor to the series, captures the spirit of Horowitz's famous interpretation shining with that master's determination and dedication. This is a wholly satisfying set as all of the releases have been.

 

Selections: Keyboard Sonata in D minor, K.52/L.267/P.41; Keyboard Sonata in D minor, K.77/L.168/P.10; Keyboard Sonata in G major, K.79/L.80/P.204; Keyboard Sonata in G minor, K.111/L.130/P.99; Keyboard Sonata in C minor, K.139/L.6/P.126; Keyboard Sonata in C major, K.170/L.303/P.164; Keyboard Sonata in D minor, K.176/L.163/P.163; Keyboard Sonata in D major, K.277/L.183/P.275; Keyboard Sonata in A major, K.344/L.295/P.221; Keyboard Sonata in C major, K.340/L.105/P.420; Keyboard Sonata in D major, K.388/L.414/P.370; Keyboard Sonata in C major, K.398/L.218/P.493; Keyboard Sonata in A major, K.456/L.491/P.377

 

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MarSant Copyright 2008Ornello Cogliolo Management

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